Più veloci, più lenti

Portavoce del Ministero delle Opere Pubbliche francese (1955)
E’ possibile vivere senz’auto, o perlomeno è possibile farla diventare un mezzo straordinario di spostamento? Questo interrogativo appare ogni giorno più pressante, sebbene l’auto non sembri per nulla disposta a farsi relegare a trasporto «eccezionale».
Nell’ultimo secolo nulla ha modificato di più il paesaggio urbano della motorizzazione di massa. L’automobile ha infatti necessità di infrastrutture adeguate, che hanno plasmato le città e il territorio. Ivan Illich nel ’73 coniò il termine «industrializzazione del traffico», per riferirsi a tutto il settore industriale che ruota attorno all’autoveicolo: le fabbriche, le autostrade, i parcheggi. Egli postulò un teorema che possiamo osservare ogni giorno. Il fatto che sulle strade circolino automezzi in grado di raggiungere velocità molto elevate non assicura in nessun modo che queste velocità siano quelle effettive di spostamento. Una macchina, capace di fare i 50 km/h in città (limitata per legge), nell’ora di punta impiegherà un’ora per compiere 10 chilometri. La sua velocità media sarà dunque di 10 chilometri all’ora, meno di una bicicletta! Inoltre, la presenza sulle strade delle auto (e quindi delle infrastrutture semaforiche e del traffico) rallenterà anche gli spostamenti a piedi, poiché un pedone dovrà muoversi solo ove gli è consentito (cosa che impedisce di percorrere la traiettoria più breve) e dovrà fermarsi agli incroci. Concludendo, ogni mezzo che può raggiungere potenzialmente più di 15 km/h genera un rallentamento del traffico globale e dunque una diminuzione della velocità media di spostamento. Paradossalmente, più siamo potenzialmente veloci, più diventiamo lenti nella realtà.
Sostituire un mezzo che ci assicura velocità medie in ambiente urbano così limitate non dovrebbe, dunque, essere difficile. I trasporti urbani collettivi, se ben progettati, assicurano queste performance a costi economici, sociali ed ambientali certamente minori. Progettare un ottimo trasporto collettivo non è semplice, alcune amministrazioni, in sordina come a Curitiba, in Brasile, o con grandi progetti, come a Parigi, ci sono però riuscite. La compresenza di diversi fattori ha permesso a queste città di sfoltire la flotta di automobili e di rendere più appetibili altri tipi di spostamento. La volontà è stata dei poteri pubblici, perché difficilmente l’utente è disposto a rinunciare all’automobile, un pezzo di suolo pubblico alienato alla collettività, una seconda casa cui siamo così abituati da vedere come virtuosi coloro che ne fanno a meno. Un alter mondo dove alcune sensazioni vengono amplificate ed altre annullate.
E non si parla di sensazioni da poco: definire l’automobile come semplice mezzo di trasporto sarebbe limitato. La necessità di spostarsi, infatti, è ormai divenuta secondaria rispetto ai tanti simboli che un’auto di proprietà comporta, essendo associata, come ogni cosa, ad un’idea, mutevole col tempo e con la società. Ciò è ben visibile attraverso i messaggi che la pubblicità ha legato al veicolo: durante il boom della motorizzazione di massa, il messaggio principale era quello della libertà. La libertà di viaggiare ovunque, senza costrizioni di orari, e, non in ultima istanza, sempre in «buona» compagnia. Ma ciò che era adatto agli anni ’60, non lo era più dieci anni dopo, e così via. Anche i messaggi promozionali relativi alle lavatrici si sono modificati negli anni, ma mai come quelli legati all’automobile. Scalando la piramide dei bisogni, così cara agli esperti di marketing, si è arrivati su vette non credibili fino a un decennio fa. L’immagine di un’auto che sfreccia nel deserto è logicamente ridicola, perché priva di alcuna attinenza con la realtà, ma appare ormai superata da un’auto che si trasforma in robot o che diventa uno skate-board. Negli anni ’80 il target era costituito da persone cresciute durante la rivoluzione sessuale, in forte contrasto con i genitori e desiderosi di libertà (oltre ad essere la generazione dei telefilm come Knight Rider). Nel duemila il target è rappresentato da una generazione completamente diversa, la generazione dei «transformers», dei primi video-games e delle tonnellate di giocattoli di plastica, ecco dunque apparire macchine più «giocose» e tutta una serie di acronimi che la rendono «tecnologica»: ESP, ABS, FAP, etc.
Qual è la magia dell’automobile? Perché al volante di un SUV gigantesco si ha l’apparenza di sentirsi realizzati? Forse il traffico è meno squallido visto dall’alto? Nei prossimi interventi analizzeremo il mondo del trasporto di massa, le alternative, la storia, i sogni che ha sempre alimentato e, soprattutto, gli incubi che lo circondano.
La redazione






Staff Fondazione CRT
Begli spunti!
Ne aggiungo un paio:
- le auto sono sempre più grandi: non mi riferisco ai SUV soltanto, ma a utilitarie di oggi che hanno quasi raggiunto le dimensioni di auto medie di dieci anni fa in una sorta di escalation a "gonfiare" spesso contrabbandata per un incremento di sicurezza (determinato da altri fattori ben più che dalle dimensioni pure e semplici);
- i miglioramenti tecnici in termini di rendimento dei motori non sono usati per ridurre i consumi o abbattere le emissioni, ma per rendere disponibili mezzi più potenti a parità di consumo: si strizza l'occhio alla soddisfazione emotiva dell'automobilista e non si tolgono profitti all'industria del petrolio, per difendere la quale si è pronti anche alla guerra.
Spero di non essere stato troppo cupo!
Ciao
Massimo
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