Pechino - Chaoyang - 3° Classificato

Pechino - Chaoyang - 3° Classificato

Cielo giallastro, ciminiera in lontananza, sole offuscato dietro a una spessa cortina fumosa. E' mattina.
17 piani più in basso, nella piazza principale del compound, delle miniature umane si dedicano agli esercizi di taijiquan, muovendosi lente e silenziose, descrivendo un'armonia perfetta e fragile.

Un'impressionante massa si riversa all'ingresso della metropolitana, spingendo ed accalcandosi, e tenta di aggirare i controlli di sicurezza. Ritornati alla luce, si ha l'impressione di essere diventati minuscoli. Il CBD, un girotondo di grattacieli, fa sembrare tutta questa umanità una miriade di piccole, veloci formiche che si affrettano verso il proprio ufficio.
6 ascensori, 42 piani, 5 minuti di attesa: gli sguardi corrono dall'uno all'altro, il primo ad arrivare si riempie a dismisura, qualcuno deve rassegnarsi e aspettare il successivo. Una volta saliti, i discorsi ruotano intorno al denaro. Soldi, soldi, soldi.

Ore 18, il traffico è bloccato, trovare un taxi un'impresa disperata. Camminando, superato il ponte sul fiume, e attraversato l'enorme cavalcavia che sovrasta il Terzo Anello, mi addentro nei vicoletti bui che costituiscono la città nascosta. Carretti di verdura, ancora sporca di terra, pronta per essere venduta. Chioschetti ambulanti dei venditori di jianbing, la deliziosa crêpe cinese. E ristoranti, talmente spogli da sembrare garage, con tavolini dalle gambe sbilenche e vasi colmi di bacchette che chiunque può utilizzare, cestini di bambù sul vapore, dove cuociono i ravioli più buoni che si possano assaggiare nella vita.
La gente si assembra fuori dalle case, si stringe nel pesante piumino, l'unico capo in grado di riparare dal freddo vento invernale, e scherza, ride. Il muro del vecchio condominio sullo sfondo porta inscritto l'ideogramma "chai", "distruzione". Quel palazzo, tra breve, non esisterà più.

E' sera. Il tassista mi osserva dallo specchietto retrovisore per un po', prima di chiedermi:
"Ni shi na guo ren?"
"Italiana", rispondo, divertita.
Il tassista -qualunque tassista- a questo punto ribatte: "Ah, l'Italia, che bella".
"Ci sei mai stato?"
"Mai, ma mi piacerebbe..."
Ci perdiamo. Anche lui, come la maggior parte dei tassisti pechinesi, non conosce la strada per portarmi dove gli ho chiesto. Pechino è troppo grande, e cambia continuamente.
Tornando indietro, attraversiamo un enorme cantiere edile. Una civiltà sotterranea. Orde di operai, l'elmetto ancora in testa, contrattano con degli uomini che hanno steso a terra, su delle coperte, orologi e oggetti di ogni tipo. Poco più in là, un uomo si sta facendo radere la barba, seduto in mezzo a un sentiero sterrato. Delle specie di roulotte dall'aspetto fatiscente costituiscono il riparo per la notte di queste persone, arrivate dalle campagne per lavorare nella capitale, clandestinamente. Alcuni di loro potrei ritrovarli, tra qualche domenica, a fare la carità davanti ad un tempio, mutilati o sfigurati in qualche modo.

Ma nel parco intorno al tempio troverò anche gli anziani che giocano a scacchi, mentre un folto pubblico li assiste attentamente, in silenzio. Qualcuno che suona gli strumenti tradizionali, assorto, sul ciglio del lago ghiacciato. Le coppie che ballano il liscio, innamorate e serene. E qualcuno che, intingendo il pennello nell'acqua, dipinge caratteri sulla grigia pietra del lastricato, con una dedizione calligrafica incredibile: dopo pochi minuti, le sue opere d'arte saranno scomparse per sempre. Ma, da buon cinese, l'artista non si scomporrà. E' solo il naturale corso delle cose.


- Ma, da buon cinese, l'artista non si scomporrà. E' solo il naturale corso delle cose.

Bellissimo.

Bello Ari!

Mi ricordo ancora la mia prima volta a Pechino, atterrando al PEK mi sembrava di essere atterrato in uno dei gironi dell'inferno dantesco, cielo rosso e foschia densa che lasciavano a malapena intravedere il mastodontico T3, gli addetti ai bagagli con la loro mascherina che con una frenesia quasi rassegnata si mettevano al lavoro.. sbarcato dall'aereo sentii quel odore che non avevo mai sentito prima, odore di Cina non saprei descriverlo (beh ora dopo ormai parecchie volte che sono tornato in Cina non lo sento più, non so se perchè il mio olfatto si è assuefatto o perchè non ci sia più...); uscito dall'aerostazione alla caccia di un taxi nel caldo umido e asfissiante mi sono chiesto dove diavolo fossi finito!!

Con Pechino non è stato amore a prima vista, ho dovuto viverla e conoscerla, ma oggi è una delle città dove vado più volentieri..
E' una città in continua evoluzione, dove senti un dinamismo, una voglia di fare unica al mondo... è una città che mi da una carica e una voglia di fare unica..

Certo al suo smog e al suo clima estivo non mi sono ancora abituato!!

Complimenti per il tuo racconto...

Nicola

...i commenti li ho visti solo adesso, e vi ringrazio di cuore!

Sì, Pechino ha quest'aura quasi magica... la porti nel cuore sempre, dopo che l'hai conosciuta...

Grazie ancora a tutti e tre! Smile

Arianna

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