Torino – Cavoretto e Borgo Po

Torino – Cavoretto e Borgo Po

Erano gli anni ’30 e abitavo dietro piazza Vittorio, al numero 7 di via Matteo Pescatore, ovvero a quello che era il 7 quando io ero piccolo e che ora è il 15.
A quell’epoca gli abitanti erano tutti piemontesi, quasi tutti torinesi. Per quanto mi riguarda, mia mamma era nata a Cavoretto, mio papà era di Saluzzo.
Nel 1938, quando avevo sette anni, mio papà è morto e noi ci siamo dovuti trasferire in corso Moncalieri, nella vecchia casa di mio nonno. Era vicina a una strada che scende verso il Po. Sotto casa c’era una trattoria, anche quella di mio nonno, che ora è diventata una pizzeria.
La zona si chiama Fioccardo dal nome di una famiglia che viveva lì. Prima si chiamava La Madonnina, perché c’era un pilonetto della Madonna. È al confine tra Torino e Moncalieri. Lì le case sono belle, ci sono tante ville, la gente è ricca. La contessa Appiani viveva lì.
Da bambino ero sempre giù al Po, c’era una specie di spiaggia e facevamo il bagno. C’erano le draghe che andavano a prendere la sabbia e la caricavano nei silos e poi la portavano via. Avevano fatto un bel silos in cemento. Dividevano la sabbia per le costruzioni dalla ghiaia per i giardini. Mio nonno faceva quel lavoro.
Dove ora ci sono i Murazzi, si potevano affittare le barche e discendere il Po fino al Sangone. D’estate le rive del fiume erano piene di gente, soprattutto nel fine settimana. Ora dicono che l’acqua è sporca, ma non è vero.
Ho vissuto ventitre anni al Fioccardo. Durante la guerra ero in collegio a Rivoli dai Padri Giuseppini, ma l’estate tornavo a casa. Trovandoci di fronte alla FIAT e alla ferrovia, dal lato opposto del Po, siamo stati bombardati due o tre volte.
Gli inglesi bombardavano di notte e dove cadevano le bombe bruciava tutto. Il 13 luglio del 1943 tutta Torino bruciava, i pompieri correvano dalla Barriera di Nizza alla Barriera di Milano.
Poi dall’agosto del ’43 non hanno più bombardato gli inglesi, ma gli americani, i quali usavano le bombe dirompenti, che distruggevano tutto senza bruciare.
Nel 1944 ho finito le scuole e sono tornato al Fioccardo. Il primo dicembre hanno bombardato Cavoretto. Gli aerei avevano sorvolato la città e stavano tornando indietro, non erano riusciti a sganciare le bombe. Dall’alto vedevano la boscaglia e forse ignoravano che c’era anche il paese. Hanno sganciato tutte le bombe che avevano e hanno colpito la scuola, la piazza, le case. Sono morte tante persone. La cappella di San Rocco era piena di casse da morto.
Dopo la guerra ho iniziato a lavorare alla tipografia di Via Vanchiglia che ora è chiusa. Anche mio papà aveva lavorato in tipografia. Lui era compositore, io stampatore: preparavo la forma, la mettevo in macchina, poi mettevo la carta e la macchina iniziava a stampare.
Tum, tum, tum… Diecimila, quindicimila copie, anche di più. A stare lì dentro quando c’erano tre o quattro macchine che andavano c’era da venir matti. Ho lavorato lì un po’ di anni, poi mi sono ammalato ai polmoni e sono dovuto andare in ospedale.
Credo sia stato il lavoro a causare la malattia: gli inchiostri, il petrolio per lavare i rulli delle macchine da stampa, il piombo. Non era un brutto lavoro, se uno resisteva poteva farlo anche quarant’anni, ma io non ce l’ho fatta.
A causa della malattia ho perso il lavoro, poi nel ’61 è mancata mia mamma. Sono rimasto sei mesi da solo nella casa al Fioccardo… Ma da solo come si fa a vivere? Bisogna essere capaci e io non ce la facevo, allora sono venuto qui, dove vivo ormai da quasi cinquant’anni.
Torno al Fioccardo una volta l’anno, se mi chiamano, per Natale. A parte mio cugino non conosco più nessuno. Quelli che erano bambini con me sono andati via tutti.
L’Istituto in cui vivo è stato fondato nel 1838 con il nome di Ricovero di Mendicità. Allora la questura e i carabinieri portavano qui dentro gli accattoni a partire dai 16 anni di età. Ce n’erano tanti, era gente senza lavoro, senza pensione, che non aveva nulla. Qui c’era un regolamento di tipo militare ed erano tutti in divisa.
Quando sono entrato io era cambiato, era diventato una casa di riposo, ma non era ancora del Comune. Chi voleva faceva dei lavori in cambio dell’ospitalità, oltre a pagare la retta. Io accompagnavo gli anziani negli ospedali con l’ambulanza.
In realtà conosco il quartiere da prima di abitare qui, da quand’ero bambino. Quando abitavamo in centro mia mamma mi portava a passeggiare al Parco Michelotti. Ricordo che prima dello zoo c’era il teatro estivo (nel senso che apriva solo durante la bella stagione), ma io ero troppo piccolo per andarci.
A un certo punto hanno buttato giù tutto e hanno fatto il giardino zoologico. I proprietari erano dei cacciatori che andavano in Africa e a un bel momento hanno pensato che era meglio non uccidere gli animali, ma portarli qui per farli vedere alla gente. C’erano le gabbie con i leoni, le tigri, gli elefanti e un mucchio di scimmie. Poi gli animalisti l’hanno fatto chiudere e ora i bambini non possono più vedere gli animali.
Il quartiere va da piazza Borromini fin sotto il monte dei Cappuccini, al ponte Umberto I. Lì inizia il Rubatto, ma adesso chiamano tutto Borgo Po fino a Cavoretto. Da un lato è delimitato dal Po e dall’altro risale la collina.
È un quartiere di ville dell’800 e di inizio ‘900. C’è anche la caserma in Via Asti, che era chiusa ed è stata da poco riaperta per accogliere i profughi.
Fino all’8 settembre 1943 c’erano i bersaglieri ciclisti lì. Avevano la bicicletta in dotazione. Quando c’è stata la disfatta dell’esercito tutti i militari si mettevano in borghese e scappavano dalle caserme, ma non sono riusciti a scappare tutti. Sono arrivati quattro tedeschi, li hanno disarmati e li hanno portati in Germania. Le brigate nere di Mussolini sono rimaste lì fino al 1945. Portavano i partigiani lì e li torturavano perché parlassero.
In Borgo Po vivevano tanti pittori e scultori. Edoardo Rubino viveva qui e aveva il suo laboratorio. È quello che ha fatto il Monumento Nazionale al Carabiniere che sta ai Giardini Reali e la Vittoria Alata che si trova sul Colle della Maddalena, nel punto più alto della collina.
Dove adesso c’è il mercato in piazza Borromini una volta c’era la casa del dazio. Si chiamava Barriera di Casale. Qualcuno la chiama così ancora adesso.
Al mercato è grande il lunedì e, quando fa caldo, le animatrici ci portano. Andiamo anche a prendere il caffè al bar della piazza (un bar in cui Benvenuta, un’altra ospite dell’Istituto che come me vive qui da tanto tempo, va tutte le mattine a prendere il giornale Leggo). Non è Porta Palazzo ma si trova tutto: abbigliamento, frutta e verdura. Però è caro, credono che qui siamo tutti signori perché ci sono le ville e tengono i prezzi alti, ma qui c’è anche altra gente.
A volte esco da solo. Vado dal barbiere, che è in corso Casale 103 e si chiama Acconciature per Uomo. È il marito di un’infermiera che lavorava nell’Istituto. Una volta veniva qui ma ora non viene più, non so per quale motivo.
Altre volte prendo il tram, perché ho l’abbonamento: con il 3 vado a Porta Palazzo o proseguo fino alle Vallette, con il 9 vado a Porta Nuova. Ma poi torno sempre qui in orario.
D’estate le animatrici ci portano anche alla balera al Parco Michelotti. Lì c’è un disc jockey che me mette le canzoni e dice: “E ora… un valzer!”. Gli anziani ci vanno per ballare, vengono anche da fuori.
Ora però inizia a fare freddo, andiamo sempre meno al mercato e al parco e anch’io esco poco da solo. Ci sono altre cose da fare: la ginnastica, la pittura…
Gli abitanti di Borgo Po non entrano quasi mai qui dentro e io non conosco nessuno fuori, per cui non mi fermo mai a chiacchierare quando esco.
Quello della Messa è l’unico momento in cui la gente del quartiere entra nell’Istituto, non perché non possa in altri momenti, ma perché non vuole. Qui entrano solo i volontari, che non vivono qui, ma ci vengono per passare un po’ di tempo con noi, magari perché prima avevano un familiare qui.
La parrocchia sarebbe in Via Casalborgone, perché qui termina la Gran Madre e inizia la parrocchia del Santo Sacramento, per cui qualcuno viene qui perché è più comodo.
Un tempo c’era la Messa tutte le mattine, ma ora non abbiamo più un cappellano. Don Gianmario è diventato parroco a Pecetto e qui viene Padre Giacomo che è un Cappuccino. Viene il sabato, la domenica e per i funerali.
Se vivessi fuori forse questo quartiere mi piacerebbe, ma vivo qui dentro, non parlo con nessuno, non conosco la gente del quartiere, per cui per me è indifferente essere qui o in un'altra zona. Ma alla mia età dove vuoi che vada? Ho quasi settantasette anni…

Francesco Ferraris


Francesco Ferraris in questo scritto, non commentato, mi pare, da nessuno, riporta a una città e a una sensibilità perduta. Il destino di chi è passato, i dolori senza ragione della guerra, la solitudine in cui siamo avvolti. La semplicità e la bellezza del racconto risvegliano. Prosa d'autore.

Marco Vespa

marco.vespa@yahoo.it

Un pezzo di memoria dei miei due quartieri. Grazie.
Claudia

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