Torino – Via Scialoja (Borgo Vittoria)

Torino – Via Scialoja (Borgo Vittoria)

Il mio quartiere è una via: via Scialoja. Non esiste un senso di appartenenza comune a qualcosa di più grande, a Borgo Vittoria. Ci siamo noi, quelli delle popolari di via Sospello, quelli di via Natale Palli, i ragazzi dell’oratorio San Martino, dell’oratorio di via Chiesa della Salute. E poi ancora più in là ci sono Barriera e la Falchera.
Via Scialoja inizia al capolinea del 52. A partire dalla piazzetta, una volta c’erano la cartoleria, la farmacia, la macelleria, la panetteria e un piccolo negozio di alimentari. Questo ha chiuso per primo, per riaprire solo qualche anno fa; vendeva kebab, ma è fallito perché non ci andava nessuno. La panetteria ha cambiato gestione varie volte e ora è in mano a una marocchina che non è stata accolta troppo bene dal quartiere (in cui la maggioranza della popolazione è meridionale) e che forse non lavora nemmeno come si deve. Anche il giornalaio è cambiato e quello nuovo è sempre lì abbattuto davanti al negozio. Ultimamente hanno chiuso anche il macellaio e la farmacista. Poi c’è un bar, storico, che è lì da anni sempre uguale.
Quando entri nella via vedi le case cooperative: di fronte il palazzo rosso, a destra quello giallo e un po’ più nell’interno quello blu. Più in là ci sono due palazzi popolari e tra i due c’è un quarto palazzo (“le rosse”) che fa parte delle cooperative. C’è sempre stata rivalità tra le popolari e le cooperative. Noi ragazzi delle popolari andavamo la sera a fare manicomio là sotto e i ragazzi di lì si alleavano con noi contro gli adulti delle cooperative.
Se chiedi com’era la zona a uno che viveva lì vent’anni fa, quando sono nato io, ti dice che era il quartiere più merdoso di Torino, pieno di tossici. Oggi lo spaccio c’è ancora ma è limitato al quartiere (non viene gente da fuori a rifornirsi) ed è meno in vista. Ormai tutti sanno chi spaccia e chi si fa. Loro, i tossici, non stanno più in mezzo alla strada, si infilano a bucarsi in casa per la vergogna che provano davanti alle persone, perché ti raccontano che si sono disintossicati e poi sono sempre lì a pomparsi.
La gente è ipocrita. Se uno spaccia sul marciapiede davanti a casa disturba, ma se lo fa dentro un appartamento non crea problemi a nessuno perché non si vede. Finché il tossico si ammazza in casa sua non dà fastidio al vicino, basta che non esca sul pianerottolo.
Ricordo che quand’ero piccolo non potevo uscire da solo perché c’erano tanti drogati e mia madre non si fidava. Andavamo ai giardini, ricordo le altalene e la panetteria.
A dieci anni andavamo in giro in bicicletta intorno alla via, dove ora ci sono le case ma allora c’erano giardini abusivi. Scoprivamo il quartiere in un modo diverso. Io non lo percepivo come pericoloso perché era il mio quartiere, mi sentivo a casa. Ovunque andassi era casa mia.
A undici anni avevo già preso le botte secche da quelli di Falchera. Con altri ragazzini della via andavo all’oratorio Rebaudengo, che era frequentato anche da quelli di Falchera. Era zona neutra, ma se ci si poteva menare si menava.
Ai tempi di mio zio bastava uno sguardo per alzare le mani, alla mia generazione bastava una frase. I ragazzini di adesso sono più tranquilli, forse perché la sera si affacciavano e vedevano risse, bastonate, bottigliate e sono rimasti spaventati.
Cinque anni fa è iniziata la costruzione delle “case nuove”. Sono state costruite alle spalle di via Scialoja, al confine con lo sbocco della tangenziale di corso Grosseto. Prima che edificassero queste case via Scialoja era circondata su due lati da orti abusivi e c’era una sola via d’accesso al quartiere, per cui era possibile controllare ogni movimento: se non volevi far entrare qualcuno non entrava. Quelle case invece davano alla via un nuovo sbocco per far entrare i carabinieri.
Noi non accettavamo che invadessero il nostro quartiere, il solo fatto che si trovassero lì ci infastidiva. Avevamo un senso di protezione nei confronti del quartiere. Non volevamo altre persone, altra gente che ci desse fastidio, che chiamasse gli sbirri se facevamo casino.
Li vedevamo come gente piena di soldi e questo ci irritava. Noi eravamo delle popolari, gente che stava in affitto, e non sopportavamo che qualcuno si comprasse la casa nel nostro quartiere. Erano loro i principali nemici.
Abbiamo iniziato con il classico scherzo del campanello, poi magari la persona scendeva, si discuteva e si passava alle mani. Una volta ho lanciato una piastrella in casa di uno per provocarlo, questo è sceso e c’è stata una rissa.
Provocavamo loro, mandavamo i nostri fratellini a picchiare i loro figli, finché un signore della circoscrizione è venuto a parlare con me e abbiamo trovato un punto in comune su cui allearci con quelli delle case nuove.
Era il periodo in cui ripulivano il Tossic Park e i negri che avevano mandato via di là si stavano spostando nel nuovo parco del nostro quartiere. Per un’estate ci siamo fatti i giri nel parco finché i negri non se ne sono andati. Così si è instaurato un rapporto nuovo, di collaborazione, con questi signori.
Io sento il bisogno di difendere il mio quartiere in prima persona. Non ho mai chiamato gli sbirri, ma altre persone del quartiere dicono che ogni volta che chiamavano gli sbirri questi se ne fregavano e gli spacciatori restavano lì.
In quegli anni con gli amici delle panchine frequentavamo anche un centro aggregativo. All’inizio eravamo in conflitto con i marocchini, ci sentivamo razzisti. Una volta c’è stata una grossa rissa. Loro avevano organizzato una partita di calcio nel campo a due passi da noi. Li abbiamo visti, ci siamo passati voce tramite tam-tam e ci siamo radunati tutti quanti.
Quel pomeriggio è stato un putiferio. La gente è scesa dai palazzi, persino gli anziani sono corsi giù per prendere le nostre difese. Noi eravamo i ragazzi del quartiere. Anche se non ci sopportavano pensavano che in fondo stavamo facendo qualcosa di giusto.
Con qualcuno al centro si è trovato il dialogo. Io da più duro, più razzista che ero ho accettato il confronto più facilmente di altri. Oggi sono diverso e non rifarei più molte delle cose che facevo allora.
Ora anche la situazione nel quartiere è cambiata, i ragazzi sono più tranquilli, non c’è più quel fermento. Io non vivo più lì da tre anni, ma continuo a frequentare via Scialoja e ho una buona relazione con tutti, con gli anziani che mi hanno visto crescere e con i nuovi arrivati. Con la gente delle popolari ci si sente una famiglia: io chiamo il mio ex-vicino di casa nonno e l’inquilino del settimo piano zio Peppino. Ci conosciamo tutti, siamo disponibili ad aiutarci.
Con i miei vecchi amici però, con i ragazzi con cui sono cresciuto, abbiamo preso direzioni diverse. Non puoi fare affidamento su nessuno, nemmeno per le piccole cose. Loro preferiscono farsi una canna, io passarmi un’intera notte a mettere i manifesti in giro per un movimento, preferisco la militanza politica, impegnarmi nel sociale, cercare di aiutare le persone in modo diverso. Io disprezzo la droga, non ho mai fatto un tiro di canna in vita mia. Chi assume droga per me è un poveraccio.
Loro mi dicono «Chi te lo fa fare? Ti pagano?». Io cerco di spiegare che lo faccio perché è mi sento di farlo, non per un compenso, ma è come parlare ai muri. È vero che nel quartiere non c’è nulla e ogni giorno è uguale all’altro, è un déjà vu, sempre le stesse cose, le stesse persone sulle stesse panchine, però loro non si sforzano di uscire nemmeno per bere una birra.
Prima non ero molto diverso da loro. Passavo tutto il tempo in panchina e mi scolavo casse di birra. Poi ho iniziato a uscire da solo, a circolare in ambienti diversi dal quartiere, ho cambiato testa e anche un po’ il mio aspetto. La mia è stata una trasformazione radicale.
Mi sento diverso perché, anche se è stato breve il periodo in cui mi sono staccato e non ho avuto contatti con nessuno (sono stati solo sei mesi), sento di essere cambiato. Ho capito che oltre la panchina ci sono altre cose. Il quartiere lo sento sempre mio, ma in modo differente.
Anche il lavoro ha contribuito a questo trasformazione e forse potrebbe cambiare il quartiere. Se tu dai il lavoro in mano a quei ragazzi però, sei su dieci lo perdono. Non so nemmeno io cosa si dovrebbe fare per cambiare la situazione e ci sono cresciuto dentro.
Quando ho iniziato a lavorare mi sono guardato intorno e mi sono chiesto: ma chi me lo fa fare di restare in giro fino alle tre di notte a tirare pietre contro le finestre o a fregare la pizza in panetteria? Io non credo a questa storia della noia che si legge sui giornali. Alcuni lo fanno per gioco, altri per bisogno. Forse per noi era più abitudine, ci trovavamo la sera ed era già tutto impostato: il martedì andiamo a spaccare la finestra a quello, il mercoledì a rubare la pizza, il giovedì a ubriacarci e a demolire quel locale…
Devastare il quartiere era diventato il nostro hobby. È una contraddizione: se arrivava qualcuno da fuori e scriveva sul muro lo pestavamo di botte, poi magari prendevamo la bomboletta e continuavamo noi.
Ora mi rendo conto di questa contraddizione e i confini del quartiere non li sento più come prima. Se qualcuno di via Chiesa si spostasse in via Scialoja non mi darebbe il fastidio che mi dava a quindici anni. Magari lo tartasserei di domande, ma non farei come una volta. Un tempo gli avrei chiesto cosa ci faceva, ma non avrei nemmeno ascoltato la risposta. Giù mazzate.
Anche la rivalità storica con Barriera e la Falchera si è tramandata solo fino alla mia generazione. I ragazzini di oggi non sanno più nulla. Il quartiere oggi è più tranquillo e io ci tornerei a vivere volentieri.
È casa mia.

Anonimo


Sono stata in via Scialoja e ho seguito il tuo racconto e i posti che hai nominato. Il tuo racconto è personale e contemporaneamente ritaglia una situazione di quartiere che ha un respiro molto più ampio. Il tuo punto di vista è una porta molto interessante per avvicinarsi. Hai scritto altro su questo? Mi piacerebbe conoscerne di più. Grazie, Paola

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